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“Io vissi i miei primi anni nel castello di Fratta, il quale adesso è nulla più d’un mucchio di rovine donde i contadini traggono a lor grado sassi e rottami per le fonde dei gelsi; ma l’era a quei tempi un gran caseggiato con torri e torricelle, un gran ponte elevatoio scassinato dalla vecchiaia e i più bei finestroni gotici che si potessero vedere tra il Lèmene e il Tagliamento. In tutti i miei viaggi non mi è mai accaduto di veder fabbrica che disegnasse sul terreno una più bizzarra figura, né che avesse spigoli, cantoni, rientrature e sporgenze da far meglio contenti tutti i punti cardinali ed intermedi della rosa dei venti. …” Capitolo Primo


 

Ca’ delle Rose è nei luoghi decantati da Ippolito Nievo.

Garibaldino e poeta, autore de Le Confessioni d’un Italiano, Ippolito Nievo ebbe una brevissima ed intensa vita segnata
da fantasia e fatti concreti bruciati in un veloce arco di tempo, dal 1831 al 1861. Trent’anni dunque di vita e per sfondo l’appassionato scenario del Risorgimento, i moti politici,
la guerra del ’59, l’impresa dei Mille. Una vita intensa, colma, febbrile, che corrispondeva al carattere volitivo e liberale
del Nievo, ora corrucciato e ora zampillante d’arguzia e di giocondità, sempre mosso e pieno di succhi vivi e d’ideali tormenti.
“Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’Evangelista san Luca, e morrò, per la grazia di Dio, italiano quando lo vorrà la Provvidenza che governa misteriosamente
il mondo. Ecco la morale della mia vita. …”
Nel suo capolavoro dove abbondano la vita e la poesia
Il Castello di Fratta è la prima parte de
Le Confessioni d'un Italiano, Capitolo Primo, Ippolito Nievo:
è la sua regione davvero miracolosa, il rustico giardino dei suoi incanti “…mondo dell’aria libera e delle piante, perfino nel gran tempio della natura, …”
La schietta arte del Nievo spazia felicissima e genuina ed ha l’incanto delle più belle pagine che sia possibile rintracciare - fra i miei fievoli ricordi di studente e la consapevole lettura della maturità - tra i pochi grandi romanzi della letteratura italiana e certamente unico per la descrizione vera e sentita
di tutto ciò che i suoi occhi potevano immaginare
ed il suo cuore percepire dai molteplici racconti narratigli
dalla nonna materna, nobildonna friulana.
Nievo lavorava sul “vivo”  e questa materia viva era di cose
e persone ma era anche piena dell’umor dei tempi,
dei costumi, della società, della storia.
Tutta la prima parte del  Le Confessioni, che è poi questo castello, bada a pitturare il quadro di un piccolo mondo feudale settecentesco che s’abbandona a vivere nel castello
di Fratta, difeso da un ponte levatoio. E questo piccolo mondo ha per epicentro la cucina, la grande cucina di Fratta, immensa e misteriosa, che pare sopravviva perché sopravvive, rigida
nel suo seggiolone, spadino e speroni, la figura autoritaria
e formalistica del conte Fratta “…quando avea finito di parlare, tutti dicevano di sì secondo i propri gusti o con la voce
o col capo; quando egli rideva, ognuno si affrettava a ridere; quando starnutiva acnhe per causa del tabacco, otto o nove voci gridavano a gara: viva, salute, felicità, Dio conservi
il signor conte!”
Ed ancora proseguendo nelle pagine “La prima volta ch’io uscii dalla cucina di Fratta a spaziare nel mondo, questo mi parve bello fuor d’ogni misura. I confronti son sempre odiosi; ma io non potei allora tralasciare di farne, se non col cervello, almeno cogli occhi; e deggio anche confessare che, tra la cucina
di Fratta ed il mondo, io non esitai un momento nel dar
la palma a quest’ultimo. Primo punto, natura vuole che si anteponga la luce alle tenebre, e il sole del cielo a qualunque fiamma di camino; in secondo luogo, in quel mondo d’erbe,
di fiori, di salti e di capitomboli dove mettevo piede, ….  
Con la Pisana si cominciò ad allargarci fuori delle vicinanze
del castello, e a prender pratica delle strade, dei sentieri
e dei luoghi più discosti. Le praterie vallive dove s’erano aggirati i primi viaggi, declinavano a ponente verso una bella corrente d’acqua che serpeggiava nella pianura qua e là, sotto grandi ombre di pioppi, d’ontani e di salici, come una forosetta che abbia tempo da perdere o poca voglia di lavorare.
Là sotto canticchiava sempre un perpetuo cinguettio d’augelletti; l’erba vi germinava fitta ed altissima come
il tappeto nel più segreto gabinetto d’una signora.
Vi si avvolgevano fronzuti andirivieni di macchie spinose
e di arbusti profumati, e parevano preparare i più opachi ricoveri e i sedili più morbidi ai trastulli dell’innocenza
o ai colloqui d’amore. Il mormorío dell’acqua rendeva armonico il silenzio, o raddoppiava l’incanto delle nostre voci fresche ed argentine. Quando sedevamo sulla zolla più verde e rigonfia,
il verde ramarro fuggiva sull’orlo della siepe vicina, e di là si volgeva a guardarci, …” Capitolo Terzo

 
 
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Il Giardino Roseto di Ca' delle Rose visto da Stefano Scatà per 'Gardenia' Speciale Rose numero di ottobre 2008 - www.stefanoscata.com/story.asp?story=216

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